Il libro non poteva che intitolarsi così: «Le parole fanno più male delle botte» è una citazione della lettera che Carolina Picchio scrisse prima di lasciarsi cadere dalla finestra di casa all’età di 14 anni nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 2013. La ragazza non riuscì a reggere il peso delle migliaia di insulti ricevuti sui social a seguito del filmato che la ritraeva, priva di coscienza, mentre alcuni coetanei giocavano con il suo corpo mimando atti sessuali. Dopo la morte dell’adolescente di Novara, quello sfogo si è affermato come uno slogan della lotta contro il cyberbullismo che il papà Paolo conduce frequentando le scuole di tutta Italia, attraverso la Fondazione intitolata alla figlia e ora anche con la firma di un libro pubblicato da DeAgostini.

Picchio, come nasce l’idea di scrivere? «È un cerchio che si chiude. Nella lettera di Caro non c’era odio verso i bulli, ma un invito a cambiare e essere più sensibili. Così cominciai a incontrare i ragazzi per condividere la sua testimonianza, nel 2018 nacque la fondazione e ad aprile il centro Re.Te a Milano per il recupero terapeutico dei disagi giovanili, la cura della dipendenza da Internet, dell’ansia e del ritiro sociale». Quando si rese conto che gli incontri nelle scuole non erano più sufficienti? «Accadde nel 2016. Appena accennai al video che circolava tra gli amici di Caro, una studentessa fuggì via piangendo. La sua storia l’aveva scossa. Per la prima volta mi sentii fuori posto, inutile. Poi ragionai pensando che il racconto non fosse più sufficiente. Per fortuna, quella ragazza avrebbe trovato un sostegno. Ma che ne sarebbe stato di quegli studenti che non hanno la forza di chiedere aiuto o non sanno a chi rivolgersi? Così nacque l’idea di aprire una fondazione per offrire un supporto concreto, affidando il timone a Ivano Zoppi (segretario generale della Fondazione, ndr)».