L’idea di una Ferrari elettrica fa storcere il naso a molti, come se il Cavallino Rampante, totem di potenza e rombo, potesse tradire la sua essenza abdicando al sacro fuoco del motore a combustione. È uno sconforto comprensibile, quasi viscerale: il ruggito di un V12 è un richiamo ancestrale che fa vibrare le emozioni.
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Eppure, a freddo, ragioniamoci. La storia di Maranello è una storia di fratture, di provocazioni, di salti nel buio che hanno sempre guardato al futuro. Senza questa tensione, non avremmo mai avuto la GTO, con quel suo profilo da squalo affamato, né la Testarossa, che sembrava uscita da un sogno cyberpunk, né tantomeno la Purosangue, che ha osato – bestemmia! – le quattro porte e un’altezza da terra che il Commendatore avrebbe guardato con sospetto.
Sì, perché Enzo Ferrari, che pure teorizzava l’impossibile per una Rossa a quattro porte, era un uomo che viveva per il domani. “La miglior Ferrari che sia mai stata costruita è la prossima”, diceva, e non era una frase buttata lì per far bella figura. Era una dichiarazione di guerra al passato, un invito a non sedersi mai sugli allori.
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