È in Italia in questi giorni Cristina Rivera Garza, scrittrice amatissima dai cui libri ricopio frasi per mandarle a memoria. Non sono l’unica, certo. Ha vinto il premio Pulitzer, l’anno scorso, con “L’invincibile estate di Liliana”: memorabile racconto della vita e della morte di sua sorella Liliana, studentessa uccisa a vent’anni dall’uomo che aveva deciso di lasciare. La storia di sua sorella, dunque la sua. Messicana, nata nel 1967, a lei si deve la prima pubblicazione dell’opera di Susana Chavez Castillo, pure vittima di femminicidio, strabiliante poeta che conosco nei sospiri per averla tradotta: la si ricorda nel mondo per il grido “Ni una màs”, non una morta di più, non una viva di meno. Che è molto, ma infinitamente poco rispetto al maestoso corpo della sua opera poetica, “Prima Tempesta”. Rivera Garza è in Italia per accompagnare “Terrestre”, edizioni Sur, il suo ultimo lavoro: storie di ragazze che vogliono partire, andarsene, volare. Anche questa volta, leggendo, ho ricopiato frasi che rileggo la sera prima di dormire e che mi pare che ci parlino del nostro tempo, del mondo fuori oggi com’è. Ve ne propongo una, dagli otto racconti lunghi che compongono il libro. “Le notizie dicono che qui nascondiamo guerriglieri centroamericani. Non dovete crederci. Non siamo guerriglieri siamo paracadutisti. Non dovete crederci. Siamo lavoratori. Siamo disoccupati. Siamo gli scarti del capitalismo industriale. Non dovete crederci. È il pretesto di cui hanno bisogno per radere tutto al suolo”. Il pretesto di cui hanno bisogno. Per radere al suolo. Non dovete crederci. Cita, in apertura di un altro racconto, i versi di Marosa Di Giorgio, voce e anima dell’Uruguay. “I leoni entrarono in casa. Corremmo a nascondere i vasetti di sale, di zucchero, la cometa di Halley, le amatissime lenzuola innevate, la collezione di francobolli. E a prendere i sudari”. I sudari. “Sempre si disse che i leoni rondavano intorno, sempre”, ripete Rivera Garza. Sempre sono pronti a entrare nella casa.