di
Paula Jesus*
L’associazione Pachamama, nata a Brescia, con frate Vicente Imhof esplora la foresta dove acque e persone sono avvelenate dal mercurio utilizzato a trovare il metallo prezioso. E chi si oppone rischia la vita
L’Amazzonia peruviana non è solo il polmone verde del pianeta: è una trincea. Nella provincia di Tambopata, la comunità indigena di Boca Pariamanu vive sulle rive di Madre de Dios, circondata dalle tragas, piattaforme galleggianti che dragano il fondo dei fiumi per estrarre l’oro. Entrare nella selva è ormai un rischio che incute timore anche ai suoi abitanti. L’associazione italiana Pachamama, nata a Brescia, si è fatta guidare dal frate francescano conventuale Vicente Imhof, che, in rappresentanza della Red Kawsay — rete latinoamericana collegata a Talitha Kum, impegnata nella prevenzione della tratta di persone, nell’accompagnamento delle vittime e nella denuncia delle strutture di sfruttamento — ha reso possibile questo percorso. Sono loro a insegnarci che l’oro non si limita a devastare fiumi e foreste: corrompe i legami sociali, spezza famiglie e comunità. Questa dinamica, alimentata dal capitalismo predatorio, impoverisce allo stesso tempo gli uomini e la terra, privata della sua fertilità e della sua dignità.






