Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano

6 MAGGIO 2026

Ultimo aggiornamento: 8:02

Il rombo degli aerei fa tremare le piccole abitazioni, fatte di palma e di legno, della riserva indigena di Kakataibo, nell’Amazzonia peruviana. Partono da cinque a otto voli al giorno. Ciascuno trasporta dai 300 ai 400 chili di droga (o meglio: cloridrato e pasta basica di cocaina). Vanno in Brasile o in Bolivia, a seconda del committente. “Siamo stanchi di contare i nostri morti mentre gli aerei continuano a decollare“, denuncia a metà aprile Marcelo Odicio Estrella, presidente della Federazione che riunisce le comunità della riserva (Fenacoka), ricordando 36 leader indigeni uccisi negli ultimi dodici anni. “Se lo Stato non entra fisicamente a distruggere le piste per noi non cambia nulla. Ogni rombo di motore che sentiamo all’alba ci ricorda che questa terra non è più nostra“, aggiunge Estrella. Da almeno cinque anni gli indigeni forniscono allo Stato peruviano le coordinate delle piste, ma nessuno interviene.

In quella zona, detta il “triangolo della morte” (tra le località di Ucayali, Huanáco e Pasco) le piste clandestine sono almeno 60. L’Amazzonia è invasa di piattaforme del genere, con almeno 1.260 nella foresta Brasiliana. E non solo. Nel polmone verde c’è anche un’impennate di strade illegali (almeno 4.700) e addirittura i fiumi, come il Napo (Ecuador), vengono usati come “corridoi” per l’estrazione mineraria. È quanto rileva il dossier Amazon Under Siege, recentemente pubblicato da Amazon Watch, organizzazione senza fini di lucro fondata nel 1996 secondo cui il 67% dei municipi dell’Amazzonia vedono la presenza “reti criminali” e “gruppi armati“, che mettono a rischio il 32% del territorio forestale. Nasce così una catena di violenza che, dal 2012, ha visto l’uccisione di oltre 1.800 ecoattivisti in America Latina mentre gli indigeni sono sottoposti a reclutamento forzato, schiavitù e tentativi di corruzione volti a frammentare e indebolire le comunità.