Per i milanesi, Carlo Cracco era già Carlo Cracco prima della teleribalta di Masterchef o Hell's Kitchen. Un tavolo da lui – prima al Cracco-Peck, poi al ristorante retto in solitaria come patron - era uno status (pienamente giustificato dal gusto) nella ruggente città d'inizio Anni Duemila. Identità e legame ancor più curiosi, perché lui è orgogliosamente vicentino. Al tempo, il Re Carlo della cucina nazionale non era nemmeno quarantenne: oggi, di anni, ne compie sessanta e guarda anche al futuro della dinastia: «Ho quattro figli, spero che almeno uno di loro prenda in mano il testimone. Da papà il desiderio ovviamente c'è. In ogni caso sono buone forchette», scherzava qualche settimana fa in Valle d'Aosta ospite de La Matson a Courmayeur.
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Carlo Cracco: "Knam mi faceva pulire le piastrelle ma avevo un obiettivo. Oggi ai giovani manca"
E ha festeggiato in anticipo alla Milano Wine Week dove due sere fa ha ricevuto uno speciale Award per per il progetto TOG Bistrot di Milano-Dergano, spazio di ristorazione che gestisce con la "sua" associazione Maestro Martino all'interno della fondazione che offre percorsi riabilitativi e terapie ad hoc a bambini con lesioni cerebrali e sindromi genetiche. Nel ritirarlo, ha voluto rimarcare il valore del «restituire non solo una speranza, ma anche una parte di ciò che si è avuto nella vita. Quando si comprende questo concetto è una roba stupenda». Riflessivo, il sessantenne Cracco: la sua generazione è quella della miglior nidiata targata Gualtiero Marchesi: Pietro Leemann, Ernst Knam, Andrea Berton, Davide Oldani, Vittorio Beltramelli cui si aggiungeranno, più tardi, altri nomi di peso come Enrico Crippa o Paolo Lopriore.







