Università e lavoro a volte paiono scollegate, si discute di lavoro troppo veloce e accademia che non ci sta dietro. Che cosa chiediamo all’università quando parliamo di lavoro quindi? Non un “passaporto per la produttività” né un tappeto rosso verso l’ennesimo stage non retribuito.

Chiediamo una cosa più semplice e più ambiziosa: la possibilità reale di costruire un futuro che non sia fondato sull’azzardo individuale. Per la nostra generazione, lavoro non vuol dire soltanto stipendio: significa casa possibile, tempo per vivere, libertà di scegliere dove stare senza essere costretti a fuggire. Oggi, invece, per molti di noi “lavoro” è sinonimo di precarietà strutturale: contratti a tempo determinato a catena, falsi autonomi, ritmi che richiedono di essere sempre disponibili, e stipendi che non consentono né indipendenza né progettualità. È grave? Sì: è la condizione materiale che rende fragile tutto il resto: studio, affetti, salute mentale. Non è un sentimento, è un dato di realtà.

Questa fragilità la si impara presto. Già alle superiori il PCTO racconta un’idea di lavoro dove i diritti sono opzionali. Quando non si impara nulla e si occupano ore a fare mansioni ripetitive, quando le tutele sono incerte, quando perfino la sicurezza viene percepita come un costo, il messaggio che passa è semplice: “prima si fa la gavetta, poi, forse, arrivano i diritti". È una narrazione tossica. E la si ritrova all’università, quando chi studia e lavora viene spinto nel nero, o in “collaborazioni” che di formativo hanno poco.