Vivere a Parigi è un po’ come vivere in un film, una pellicola che scorre senza sosta, dove le dimore antiche fanno da scenografia, ogni boulevard ha la sua parte, e la vita si svela in un susseguirsi di scene curate nei dettagli. Il mio palazzo preferito, quello che non mi stanco mai di ammirare rientrando a casa la sera, è la Conciergerie. La sua architettura gotica, le torri che si specchiano nella Senna, l’aura malinconica di un posto che ha visto i fasti di una reggia e le tenebre di una prigione, dove Maria Antonietta trascorse i suoi ultimi giorni, la rendono un luogo di grandi contraddizioni e fascino. Spesso, al mattino, mi prendo il tempo di raggiungere l’ufficio a piedi: è così che la città si svela al suo meglio. Passo dagli archi di trionfo della Porta di Saint-Denis, solenne, e della Porta di Saint-Martin, più sobria, ma non meno affascinante. Non sono nato qui, sono cresciuto sui monti delle Cevenne, nell’hotel di famiglia, gestito prima dai miei nonni e poi dai miei genitori.

Mio padre era uno chef stellato, da lui ho imparato che l’ospitalità è un’arte fatta di cura, misura e quel pizzico di spettacolo che serve a rendere un’esperienza indimenticabile. Forse è per questo che Parigi mi ha sempre attratto: è una città che abbraccia chi arriva come un grande hôtel particulier.