Tutto il mondo è stato con il fiato sospeso in attesa della decisione di Hamas sul Piano di pace presentato dal presidente americano Trump pochi giorni fa. Venerdì, in un comunicato, Hamas ha dichiarato una posizione di apertura verso il tentativo di fermare la carneficina in corso a Gaza. Dopo tutto, l’ambiguità dei venti punti del Piano lascia aperti spazi al negoziato. E’ bene che Trump abbia riconosciuto l’apertura di Hamas, chiedendo al governo Netanyahu di interrompere i bombardamenti su Gaza. Tuttavia, da noi, non sono mancate le critiche a quel Piano, rendendo incerto il nostro sostegno al suo successo. Considero, per confutarli, i tre principali argomenti usati.

Primo: il Piano va rifiutato perché è favorevole ad Israele

E’ vero che il Piano è sbilanciato verso le posizioni del governo Netanyahu, è vero che non fa alcun riferimento alle responsabilità di quest’ultimo nel dopo il 7 ottobre. Si ricordi però che è stata Hamas ad aver promosso la guerra con un attacco terroristico e ad averla alimentata con la politica disumana degli ostaggi. Prigioniera del suo fondamentalismo (“cancellare lo stato degli ebrei”), Hamas si è auto-esclusa dal processo negoziale, nel quale vuole ora rientrare. Comunque, la sua dissoluzione politica e militare non può che essere la condizione per avviare quel processo. Il Piano è esplicito. “Hamas deve disarmarsi”, “se restituisce tutte le armi beneficerà di un’amnistia”, “se i militanti di Hamas vorranno lasciare Gaza, riceveranno un lasciapassare sicuro per andare nei Paesi che li accoglieranno”. Appena Hamas accetterà queste condizioni, riprenderà immediatamente “il pieno aiuto” ai gazawi. Se non le accetterà, la carneficina continuerà. Nello stesso tempo, però, il Piano esclude la possibilità che Israele possa occupare Gaza ed annettersi la Cisgiordania, come la destra religiosa del governo Netanyahu avrebbe voluto. Non è una ragione per sostenerlo?