Donald Trump è visibilmente entusiasta. Vuole essere ottimista. Evita di mostrare le difficoltà che anche lui conosce bene. Eppure, la storia, anche recente, con tutti i suoi precedenti, ci suggerisce che gli accordi di cessate il fuoco articolati in più fasi – inclusi quelli pensati come “permanenti” – non hanno mai avuto molto successo in questo angolo del Medio Oriente. Anzi, sovente alla prima fase non sono seguite quelle successive, su cui erano state rimandate le questioni più difficili da risolvere.

Presumibilmente nella serata di oggi 9 ottobre, dopo il via libera del Governo, scatterà la prima fase, in cui l’esercito israeliano inizierà il ritiro delle proprie forze armate dalla Striscia di Gaza. Una volta portata a termine questa operazione, si consentirà ad Hamas di muoversi con maggiore libertà nella Striscia, al fine di rintracciare tutti gli ostaggi ancora vivi – sarebbero venti – e recuperare le salme di quelli deceduti (dovrebbero essere 28). Anche in questo caso non è scontato che Hamas riesca a identificarli tutti: parte degli ostaggi sono ancora in mano a formazioni diverse, tra cui la Jihad islamica, e alcune salme potrebbero non essere più rintracciabili.

Le tempistiche del nuovo piano di pace sono state in parte rese note da funzionari della Casa Bianca e secondo una portavoce del governo israeliano l’Idf dovrebbe ritirarsi sulle linee di cessate il fuoco concordata, che consentiranno all’esercito di mantenere il controllo del 53% del territorio della Striscia, la maggior parte del quale si trova al di fuori delle aree urbane.