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Daniele Manca

La classifica dei maggiori gruppi italiani evidenzia come in Italia il peso sia quasi tutto di aziende pubbliche o controllate dall’estero. La cultura del «piccolo è bello» e riforme assenti frenano la crescita dimensionale delle imprese,

Dove sono finiti i privati in Italia? Intendiamo non solo gli imprenditori, ma anche i fondi di investimento, i cosiddetti investitori istituzionali. Il mercato insomma. La domanda è lecita scorrendo la classifica dei primi venti gruppi per ricavi, frutto degli studi che «L’Economia» con Italypost pubblica questa settimana. Su venti gruppi solo due sono privati. Si tratta di Edizione della famiglia Benetton e di Salini Costruttori. Gli altri 18 sono a controllo pubblico o hanno un socio o una maggioranza di soci a capitale straniero. In Germania tra le prime venti società solo due sono a controllo pubblico. Ormai è nota la storica la carenza di grandi società private in Italia. I primi tre gruppi tedeschi fatturano quanto i primi venti del nostro Paese.

Ci sono problemi di voglia di crescere, di passaggio generazionale, di mancanza di volontà di allargare il capitale, e sicuramente abbiamo una dannosa cultura del «piccolo è bello». Ma sicuramente c’è un tema di riforme e di poca attenzione da parte dei decisori politici alla crescita dimensionale e all’allargamento del mercato. Le reti che raccolgono il risparmio, e la loro associazione, Assoreti, stanno cercando di indirizzare parte del risparmio verso l’economia reale e verso le imprese. Ma se lo Stato, in questi anni ha fatto di tutto per evitare che il controllo di aziende considerate strategiche prendesse la via dell’estero, non altrettanto è stato fatto per agevolare il processo di crescita. Si pensi solo al mercato dei capitali. Ogni anno la Banca d’Italia, con il suo governatore, ricorda che non è sano che le aziende si affidino di fatto solo alle banche per la ricerca di capitali. E che strumenti alternativi a partire dalla Borsa andrebbero agevolati, così come gli interventi da parte degli investitori istituzionali. Ma quello che forse manca è un dibattito tra i decisori che amano la presenza pubblica nei grandi gruppi. E sembrano meno interessati a quelle riforme che a costo zero, o minimo, potrebbero agevolare la crescita del Paese e delle aziende. Rientrando dai costi, magari, proprio grazie alla maggiore crescita.