Si è fatto, si è fatto, ma finora si è visto poco. Sarà che c’è ancora molto da fare, sarà che, come dice l’ad di Borsa italiana Fabrizio Testa il fenomeno delle imprese che non vanno più in quotazione è globale, ma in un Paese come l’Italia dove il mercato azionario cronicamente sottorappresenta la sua economia l’effetto è ancora più visibile. A fine 2024 la Borsa rappresentava solo il 37% del Pil, situazione peggiorata col tempo visto che vent’anni fa la percentuale era arrivata a superare il 50%. «Stanno peggiorando i trend osservati negli ultimi anni e il mercato italiano continua a essere il più fragile tra quelli dei Paesi evoluti», sottolinea Andrea Vismara, amministratore delegato di Equita che col Centro Baffi dell’Università Bocconi da 12 anni promuove un attento monitoraggio del mercato dei capitali.
Il confronto europeo
Quest’anno la ricerca - che è stata presentata ieri all’auditorium della Sda-Bocconi - ha il merito di portare spunti nuovi dalle esperienze di altri Paesi europei. La ricerca «Ecosistemi finanziari europei», curata da Stefano Caselli e Marta Zava, offre nello specifico un confronto tra Italia (col suo sistema bancocentrico) Francia (modello “dirigistico”), Svezia (“socialdemocratico”) e Regno Unito (“liberista”). Mercati tutti che hanno un peso ben diverso rispetto a quello italiano, con un ordine di grandezza sul Pil del 104% in Francia, del 125% in Uk e addirittura del 178% in Svezia.







