di
Alessandra Puato
Sono 22 le aziende private italiane che superano i 4 miliardi di ricavi. E altre 35 premono per salire. Gli sbarchi in Borsa, però, sono pochissimi e il private equity non è un’opzione. La foto del capitalismo tricolore 2026
Piccoli è bello? Anche molto grandi non è male, soprattutto se, dopo i passati freni delle autorità antitrust alle concentrazioni, i mercati ora richiedono i giganti. Ma com’è messa l’Italia per dimensioni delle imprese? Abbastanza bene, pare. I colossi ci sono e anche i grandi marchi. L’unico nodo (e magari si scioglierà, visto il caso Bending Spoons) è che mancano ancora i giganti dell’hi tech. Per il resto c’è tutto. Alimentare, beni di consumo, lusso, salute. Lo dice la foto del capitalismo italiano, scattata da Kpmg il 19 giugno per L’Economia. S’intitola «Il club delle aziende sopra i quattro miliardi», descrive lo stato dimensionale delle imprese italiane.
Casi e datiSono 40 le società italiane con questa caratteristica, per un giro d’affari totale di 688 miliardi (ai fatturati del 2024). Più della metà, 22 — tolte le aziende pubbliche, le banche e la grande distribuzione— sono le ammiraglie del capitalismo privato. Valgono 326 miliardi e hanno un tratto in comune: sono perlopiù aziende familiari. Da EssilorLuxottica (26,5 miliardi) a Ferrero (19,3), da Webuild (11) a Marcegaglia (7,1), da Cremonini (5,7) ad Arvedi (5,7). E ancora, per esempio: Prada e Barilla, Mapei e Menarini, Buzzi e Danieli. Più Stellantis (156,8), in cima alla classifica. La gran parte, nove imprese su 22 con 213 miliardi di ricavi, lavora sui beni industriali. Segue il comparto dei beni di consumo (sette aziende per 71 miliardi), quindi servizi e infrastrutture (cinque aziende per 38 miliardi), infine telecom, media e tech (una per 4,1 miliardi, Esprinet). Solo tre le quotate: Prysmian, Esprinet e Pirelli, a conferma della scarsa propensione italiana ad aprire il capitale.









