L’Europa, Italia compresa, sta davvero diventando marginale nello scenario economico mondiale? Il rischio di un nanismo industriale c’è, se si confronta il peso delle maggiori aziende oggi con quello di dieci e 25 anni fa. Due dati su tutti. Nel 2000 le imprese italiane nella classifica di fatturato delle 500 maggiori del mondo erano dieci, nel 2015 nove, oggi sono solo cinque: Eni (104esima), Enel (145esima), Assicurazioni Generali (224esima), Intesa Sanpaolo (255esima) e Unicredit (306esima). Lo dice l’indagine di Kpmg per L’Economia del Corriere della Sera, sulla base delle classifiche Fortune Global 500. Nel resto d’Europa non è molto diverso. L’ultimo appello di Mario Draghi affinché il Vecchio Continente reagisca trova riscontri oggettivi in un tessuto imprenditoriale che perde peso. A un anno dalla presentazione del suo Rapporto sulla competitività europea, l’ex premier il 16 settembre a Bruxelles ha ribadito che l’Europa deve agire in fretta: «L’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma la nostra stessa sovranità». Non è un’opzione, è una necessità. Il compito è costruire campioni europei in un mercato ormai dominato dagli Usa e dalla Cina. Dice Max Fiani, partner di Kpmg Italy: «Siamo in mezzo al guado, se non andiamo avanti il fiume ci travolgerà».