Le materie prime critiche (Mpc) diventano un fattore decisivo - e di rischio - per il futuro dell’industria italiana. Non per il costo, ma per la disponibilità. Lo evidenzia l’ultimo report dell’Area Studi Mediobanca, che fotografa l'esposizione della manifattura italiana alle Mpc, ampiamente importate dall'estero ed essenziali sia per la transizione verde e digitale sia per le produzioni tradizionali.
La stima è che le materie prime critiche influiscano sui processi produttivi di 17 filiere e di 43 settori manifatturieri che generano un fatturato complessivo di circa 490 miliardi di euro, pari al 58% del totale della manifattura italiana, e a 134 miliardi di valore aggiunto, il 61% del totale.
Le imprese coinvolte sono oltre 77 mila, con 1,3 milioni di addetti. Si tratta di un tessuto produttivo molto frammentato: solo il 2,8% delle aziende supera i 50 milioni di fatturato (2.150 imprese), quota che nel Sud e nelle Isole scende allo 0,9%. Qui operano circa 13.700 realtà (il 18% del totale), che sviluppano complessivamente 31 miliardi di euro di vendite. Le filiere più interessate dalla Mpc sono infrastrutture e costruzioni, automazione, automotive e chimica.
Lo studio evidenzia che il costo diretto delle materie prime critiche sul conto economico delle imprese è contenuto – il 3,2% degli acquisti e il 2,3% delle vendite – ma il loro ruolo è strategico. Ogni euro importato sostiene in media 43 euro di fatturato: un effetto leva che riflette la loro importanza nei processi produttivi, più che il loro peso economico in sé.







