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Un mattino di fine estate scendevo da un treno notturno che in circa dodici ore mi aveva portato dalla stazione Santa Maria Novella di Firenze alla Gare de Lyon di Parigi. Mi aveva impressionato, mentre il treno scivolava tra i palazzi della periferia, vedere una donna francese con cui condividevo la cuccetta svegliarsi, vestirsi e poi borbottare qualcosa a nessuno in particolare, con gli occhi persi fuori dal vetro. Disse: «Paris, à nous deux» (“Parigi, a noi due”), come se le due avessero in sospeso delle cose importanti. Dovevo ancora abituarmi allo specifico tipo di enfasi che Parigi accende in certe persone e certo non immaginavo che mi sarei trasformata anche io in quella donna.

Su quel treno avevo tanti bagagli perché partivo per un anno, e una busta di contanti che mia madre si era raccomandata di tenere sotto i vestiti durante il viaggio. Qualche mese prima, davanti ai fogli da compilare per candidarmi alla borsa Erasmus, in uno dei rari frangenti in cui riconosco un buon intuito nelle mie scelte del passato, avevo scartato l’ipotesi di andare in piccole università virtuose dove si parlavano il tedesco o l’inglese che avevo studiato, e mi ero detta: Parigi o niente, anche se non sapevo il francese.