HomeCronacaSceneGarlasco, il Dna non basta (perché ti dice chi, non quando). Il rischio? Trovare un nuovo colpevole nel vuoto di proveSul corpo di Chiara Poggi non ci sono segni di difesa. Solo la relazione dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo potrebbe ribaltare il quadro omicidiarioRicevi le notizie di Quotidiano Nazionale su GoogleSeguiciGarlasco non smette di sanguinare. Non dalla villetta dove Chiara Poggi è stata massacrata, ma dal cuore stesso della nuova indagine. Il perito del Gip, la genetista Albani, ha ricevuto solo i dati grezzi del Dna: elettroferogrammi, sequenze nude, non interpretazioni. È il punto zero di ogni indagine forense, il materiale puro con cui confrontare il profilo trovato sul margine ungueale di Chiara con quello di Andrea Sempio.
Anna Vagli
Ma qui irrompe un dettaglio che pesa come un macigno: la prima autopsia. Sul corpo di Chiara non ci sono segni di difesa. Nessun graffio, nessuna unghia spezzata. Nulla che racconti un corpo che lotta. Questo significa che l’attacco fu fulmineo, spietato, senza margine per reagire. Ed è proprio qui che il Dna, anche se compatibile, rischia di perdere forza probatoria. Perché il Dna ti dice chi, ma mai quando.
Una traccia non ha calendario, non porta l’ora in cui è stata lasciata. Sempio, che in quella casa entrava e usciva abitualmente, poteva averla depositata giorni, persino settimane prima. Potrebbe perdere, dicevo, a meno che la relazione dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo non ribalti il quadro omicidiario. Perché se non ci sono segni di difesa, allora la compatibilità genetica non basta a collocare nessuno sulla scena del crimine. Poi c’è l’impronta 33. Esclusa dall’incidente probatorio, mai cristallizzata nella valutazione oggettiva del perito, resta il terreno più controverso. Per la Procura, il numero di minuzie la attribuisce a Sempio. Per la difesa di Stasi, addirittura sarebbe un’impronta insanguinata. È l’elemento di punta, ma incompiuto: perché non portarla in sede di anticipazione della prova?







