Qual è lo stato della democrazia in America? E qual è lo stato dei democratici americani? Le due questioni coincidono solo in parte, quindi le affronto separatamente.

Tutte le democrazie del mondo, Italia inclusa, devono sperare che l’America rimanga anch’essa una democrazia: è la più antica, e ne ha letteralmente generate altre (Giappone Germania Italia nel 1945). Perciò capisco che con un presidente come Donald Trump oggi ci siano delle incertezze e delle inquietudini in proposito. Come qualcuno di voi forse ricorda, io non lo votai né nel 2016 né nel 2020 né nel 2024, evidentemente non mi ha convinto (anche perché l'ho visto da vicino per quattro anni, come corrispondente accreditato alla Casa Bianca). Da quando sono un cittadino americano, cioè dai tempi di Barack Obama, ho sempre votato democratico, anche se con crescente irritazione, insoddisfazione, esasperazione.

Non essendo trumpiano posso però dire che considero infondate e perfino insensate le certezze con cui molti italiani hanno già decretato che l’America ha cessato di essere una democrazia ed è scivolata nel baratro delle autocrazie. Queste certezze derivano da una perdita di contatto con la realtà: quella che io vivo quotidianamente negli Stati Uniti, insieme a circa trecento milioni di miei concittadini. Che Trump abbia degli impulsi e degli istinti autoritari, è evidente, non fa nulla per nasconderlo. Ma non bastano le sue velleità a cambiare la natura di un sistema politico. Perfino il 6 gennaio 2021, uno dei momenti più bui nella storia recente degli Stati Uniti, si concluse con una vittoria delle istituzioni democratiche: e tra l’altro ciò avvenne soprattutto per merito di molti dirigenti repubblicani (dal loro vicepresidente al loro leader del Senato), quelli che avrebbero potuto sabotare la ratifica della vittoria di Biden e non lo fecero. La forza delle democrazie si misura quando viene messa alla prova, e quel test venne superato brillantemente. APPROFONDISCI CON IL PODCASTOggi tutti gli anticorpi istituzionali continuano a funzionare. Al Congresso l’opposizione democratica sta bloccando il bilancio federale, lo fa avvalendosi di prerogative e diritti costituzionali, comprese certe forme di ostruzionismo garantite dai regolamenti parlamentari. Nei tribunali di tutto il paese, giudici in prevalenza democratici (ma non solo) bocciano e bloccano quotidianamente molti atti del potere esecutivo. Nel mondo dell’informazione, più della metà dei media denunciano e attaccano sistematicamente tutto ciò che fa il presidente. In quanto al mondo della cultura, dall’accademia a Hollywood, l’anti-trumpismo lì pesa almeno per i due terzi (e Charlie Kirk che stava tentando di rimontare la china sul terreno dell’egemonia culturale fra gli studenti, è stato eliminato). Infine c’è il federalismo, sviluppato qui nel modo più estremo, sicché interi Stati fra i più grossi e potenti come California e New York praticano in molti campi politiche diametralmente opposte a quelle della Casa Bianca (vale per l’ambientalismo, l’energia, l’ordine pubblico, l’istruzione, parte della tassazione e del Welfare, sanità inclusa). Dovrebbe bastare questo elenco per illustrare l’enorme distanza che c’è fra un regime autoritario, o anche vagamente illiberale, e l’America in cui vivo (e dalla quale per ora non si materializza quella «emigrazione di democratici verso l'esilio in Europa» di cui si era tanto parlato).Passo in rassegna qualche altro episodio recente che ha fatto gridare alla dittatura fascista. La «censura televisiva»? Il conduttore Jimmy Kimmel, per aver detto delle falsità sull’omicidio di Charlie Kirk, è stato sospeso pochi giorni poi è subito tornato ad animare il suo talkshow davanti a milioni di telespettatori. L’attacco all’indipendenza della Federal Reserve? Ma lo statuto di autonomia della banca centrale non esisteva fino al 1951, eppure l’America era una democrazia anche prima. In Europa molte democrazie approdarono anche più tardi a concedere l’indipendenza alle loro banche centrali. La Federal Reserve non era indipendente dall’esecutivo sotto il presidente più progressista di tutti, il democratico Franklin Roosevelt. Peraltro il tentativo di Trump di licenziare una governatrice della banca centrale, Lisa Cook (la cui incompetenza è ben nota), è stato bocciato dalla Corte suprema, benché in quell’organo costituzionale sieda una maggioranza di giudici conservatori. La Guardia nazionale mobilitata in funzioni di ordine pubblico in diverse città? Accadde regolarmente sotto presidenti democratici da Kennedy a Clinton, senza che nessuno parlasse di «militarizzazione» del paese.Le esecuzioni sommarie ordinate ai militari contro i narcos sudamericani? Obama fece lo stesso con i ripetuti raid di missili e droni contro presunti jihadisti in vari paesi islamici contro i quali l’America non aveva mai dichiarato una guerra.Trump può fare schifo per ragioni umane o etiche o politiche; si possono criticare e contestare alcune o tutte le sue politiche; ma il giudizio sullo stato della democrazia in America è un’altra cosa. Mezza nazione, inclusa una buona metà delle sue istituzioni (parlamentari, giudiziarie, amministrative) rema contro questo presidente dalla mattina alla sera. È lo spettacolo, disordinato, sgangherato ma vitale, di una democrazia funzionante.Non oserei spingermi fino a descriverla «in ottima salute», perché il livello di sfiducia reciproca e delegittimazione che molti repubblicani e molti democratici rivolgono alla parte opposta, non mi sembra molto sano. Però di una «larvata guerra civile» sul terreno ideologico e valoriale, l’America soffre come minimo dagli anni Sessanta. Trump è solo l’ultimo capitolo, di sicuro assai movimentato, di una storia che non è mai stata idilliaca. Per chi preferisce l’ordine e la stabilità, c’è sempre Xi Jinping, ed è un modello che osservo con il massimo rispetto: ma provate soltanto a immaginare applicato a Xi Jinping il trattamento che Congresso magistratura media governatori locali applicano quotidianamente a Trump. Vengo all’altra questione. In che stato è la salute dei democratici? In parte è rilevante anche per la democrazia: essa ha bisogno di un’opposizione, possibilmente vitale ed efficace. Come ho già accennato, i democratici non sono certo scomparsi. Governano Stati Usa enormi, ricchi e potenti, tra cui quello dove ho vissuto e dove vive tuttora mia figlia (la California) e quello dove abito da 16 anni (New York). Al Congresso di Washington le truppe parlamentari del partito democratico tengono in ostaggio il bilancio dell’Amministrazione Trump, per cui è scattato da alcuni giorni lo «shutdown», la cessazione dei pagamenti per alcuni servizi di competenza federale. Posso aggiungere che una buona metà della magistratura appartiene alle liste del partito democratico (quando si tratta di cariche elettive, come molti procuratori) o è stata nominata da presidenti democratici. Nei media, nell’accademia, a Hollywood, il partito dei Clinton e Obama, di Biden e Kamala Harris, ha molta più influenza dei repubblicani (questo si riflette anche sui giudizi della stampa estera, influenzati da Cnn, New York Times, Washington Post). Ma l’opposizione democratica dove vuole portare l’America? Quali sono le sue strategie e le sue proposte al paese? L’impressione è che Trump abbia un effetto nefasto sui suoi oppositori, un effetto peraltro assai noto perché si verificò già durante il suo primo mandato: li radicalizza. E questo è proprio ciò che lui desidera. La sola esistenza di Trump ha il potere di esaltare la frangia più estrema e radicale dentro il partito democratico, quella che predica appunto una Resistenza antifascista e condanna ogni gesto del presidente come un abuso di potere, un comportamento autoritario e dittatoriale. Tra gli esempi di dove porta questa logica ho già evocato la demonizzazione della Guardia nazionale o dei raid contro i narcos. Demonizzare Trump anche quando si schiera dalla parte dell’ordine pubblico o contro il traffico di droga, significa consolidare i consensi che lui ha ottenuto fra le classi lavoratrici: le quali, in linea di massima, non vedono di buon occhio le gang nei loro quartieri, né hanno un’opinione positiva sui narcos. Anche l’ostruzionismo al Congresso che blocca la spesa federale è un tipico esempio di tattica «terra bruciata» che fa il gioco di Trump. Lui ci aveva provato, a tagliare rami secchi della pubblica amministrazione, con l’operazione Doge affidata a Elon Musk. Quell’operazione si è arenata subito per i ricorsi e i veti della magistratura (con buona pace per i teoremi sull’America «divenuta un’oligarchia dove comanda solo Musk», altra sciocchezza che ebbe un’enorme risonanza in Italia). Ora i democratici stanno offrendo a Trump un altro modo per tagliare la spesa pubblica, ma la sega elettrica gliela forniscono loro con la paralisi del bilancio. Né mi sembra un buon segno il fatto che il democratico più celebre del momento sia il candidato sindaco di New York, Zohran Mamdani, che promette il socialismo nella mia città. In qualsiasi città italiana una simile promessa sembrerebbe solo un manifesto ideologico. Ma qui c’è il federalismo vero: il sindaco preleva tasse decise localmente (inclusa una robusta addizionale Irpef e una property tax che è un'autentica patrimoniale sulla casa), gestisce polizia e scuole, trasporti pubblici e case popolari. New York ha già una tassazione di livello svedese e un Welfare generosissimo: fino a poco tempo fa requisiva camere d’albergo per alloggiare gratis gli immigrati illegali, ai quali dava anche un reddito di cittadinanza. Mamdani se vince potrà portare ancora più avanti l’esperimento socialista. La sua ala radicale continua ad avere un’influenza enorme sul partito, anche perché ha con sé gli intellettuali, gli studenti universitari, le celebrity dello spettacolo. Non credo che la stella ascendente di Mamdani aiuti il partito democratico a recuperare consensi in altre parti del paese.Ma chissà. Nel vicino New Jersey è comunque in testa una candidata democratica per le prossime elezioni del governatore. Le legislative di mid-term sono fra 13 mesi e rimangono aperte anche a una rimonta dei democratici. Così come io votai Kamala Harris 11 mesi fa «turandomi il naso», allo stesso modo può darsi che una maggioranza di americani nel novembre 2026 prescinda dalla mediocrità della proposta democratica, e decida di dare un voto di protesta contro Trump, soprattutto se dovesse essere insoddisfatta per l’andamento dell’economia.