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Ritrovata una serie di appunti sul gesto del ridere: un problema che i pensatori affrontano da sempre

La immagine di Jorge da Burgos, il monaco cieco de Il nome della rosa, con quei terrificanti bulbi oculari, sporgenti dalle orbite e bianchi come la neve, ha sempre evocato una profonda inquietudine. Nella nostra memoria, il volto di quel monaco rimane legato alla sua rigida condanna di uno degli atti più umani: il riso, che, come ribatte a Guglielmo da Baskerville, il protagonista del romanzo, "uccide la paura, e senza la paura non può esserci la fede". Privo di una vista che non è solo fisica, ma anche simbolica, quell'atto all'apparenza così innocente si trasforma in uno strumento subdolo e pericoloso, capace di minare la fede e sovvertire ogni autorità: "Le commedie erano scritte dai pagani per muovere gli spettatori al riso, e male facevano. Gesù non raccontò mai commedie né favole, ma solo parabole". Questo fanatismo così ottuso lo trasformerà in un omicida metodico, determinato a impedire la lettura del secondo libro della Poetica di Aristotele, che nella versione romanzata da Eco sarebbe interamente dedicato alla commedia e all'atto del ridere.