C’è capitato, qualche giorno fa, di soffermarci sulla buffa campagna elettorale per le Marche, nella quale il centrosinistra, non riuscendo a rimontare l’avversario con buone idee sui trasporti o la sanità, ci ha provato con Gaza. Ma non ha funzionato nemmeno la promessa – dall’impatto geopolitico da approfondire – che la Regione, consegnata alla sinistra, avrebbe riconosciuto lo Stato di Palestina. È stato l’inizio di un paio di settimane frizzanti, e giovedì in Parlamento si è trattato di votare la mozione con cui si impegna il governo a sostenere il piano di pace elaborato da Donald Trump, e appoggiato da tutti i paesi mediorientali (tranne l’Iran). Ma Verdi-sinistra, Cinque stelle e Partito democratico non lo appoggiano perché significherebbe votare con Giorgia Meloni. Meglio astenersi, per preservare una purezza su Gaza e soprattutto una reputazione che, per quanto è cagionevole, su Gaza ha la precedenza. Ieri, intanto, la Cgil di Maurizio Landini ha inaugurato un weekend di scioperi in solidarietà alla Flotilla e a Gaza, con lo scopo anche di recuperare terreno sui sindacati di base, che per Gaza hanno già marciato e con successo. Da tanti anni i sindacati, oltre a occuparsi di lavoro e salari, sfilano per la pace nel mondo. Ma adesso, se si occupano di lavoro e salari, le piazze ben difficilmente le riempiono, e allora meglio precipitarsi dove le piazze si riempiono di già: se non si trascina più il popolo, tanto vale lasciarsene trascinare. Il problema però è serio, molto, se non è tanto Gaza ad avere bisogno della sinistra, quanto la sinistra ad avere bisogno di Gaza.