Le città di pianura non è una commedia in senso tradizionale, ma si ride. Non è il classico film italiano in cui i personaggi si spostano dal nord al sud, ma si viaggia molto. Non è un film d’autore, ma è anche chiaro che c'è un’idea di cosa possa essere un film italiano che non corrisponde a niente di quello che solitamente si vede. Le città di pianura è una piacevole stranezza, il migliore dei film italiani che si sono visti allo scorso festival di Cannes, un film moderatamente fuori dai canoni che fa cinema come pare a lui e racconta qualcosa che evidentemente conosce benissimo: il nord-est italiano come mood e stile di vita.In realtà la cosa è più vicina a Le città di pianura è Il sorpasso di Dino Risi, solo che è tutto sbagliato, vago, alticcio e disordinato. Di quel film ha l’idea di un personaggio (qui sono due) che ne coinvolge un altro più rigoroso e morigerato in un viaggio a vuoto, senza una vera meta. Un giretto. E nel fare questo gli mostra involontariamente un altro modo di vivere. C’è anche la macchina bella e costosa. Solo che nel fare tutto questo i due Gassman di questo film sono così stonati dal continuo bere di locale in locale, bacaro, pub, bar o ristorante, che non riescono nemmeno veramente a coinvolgere Filippo Scotti (È stata la mano di Dio), studentello innamorato non ricambiato.Lucky RedLo spettacolo quindi sono i due protagonisti, Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla (quello del Teatro degli Orrori), che sembrano usciti da un film di Aki Kaurismäki, individui marginali fuori da ogni moda, con la bevuta facile e una visione di mondo loro. All’inizio del film, ubriachi, si stanno confidando il segreto della vita: uno dei due sta per dirlo all’altro, ma gli sfugge. C’è questo dettaglio che gli manca per recuperare il segreto della vita, ce l’aveva sulla punta della lingua. E allora vanno in un altro locale per il bicchiere della staffa, e poi in un altro, finendo a non andare mai a dormire. Rimangono svegli fino al mattino dopo, quando devono andare a prendere un amico all’aeroporto. Ma sbagliano aeroporto. E quindi di nuovo un bicchierino. E via così per giorni.Attraversano il Veneto delle campagne e dei paesini, ville di nobili decaduti in cui si fingono architetti, forse un tesoro nascosto sottoterra chissà dove. La forza di Le città di pianura è che, mentre fa il lavoro tipico del cinema italiano (agitare dei personaggi in primo piano per raccontare lo sfondo), apre continuamente trame nuove e storie che non saranno mai chiuse né andranno da alcuna parte. Sempre più esilaranti. È un caos narrativo bellissimo e mai fastidioso, alimentato dall’alcol non per stordirsi ma per tenere uno stile di vita piacevolmente alterato, leggero e soffice. Il tanto che basta per non tornare mai sobri. Non è difficile riconoscere in questi personaggi la rappresentazione di figure di contorno del nord-est italiano, caratteristi della vita vera che qui sono elevati a protagonisti.Lucky RedDietro a tutto c’è Francesco Sossai. È al secondo film, ma è come se fosse il primo, tanto poco ha girato in Italia il primo. Lui dirige e scrive con Adriano Candiago, il flim con una libertà eccezionale. Sembra infatti non interessare a nessuno che questo film non segua nessuna delle buone strutture del cinema, che si disinteressi di qualsiasi equilibrio narrativo insegnato nelle scuole di cinema e che abbia anche una recitazione non eccezionale. Va tutto bene perché riesce a creare un’aria, e quest’aria che si respira è così contagiosa, interessante e coinvolgente, che nulla più conta se non il rapporto di perfetta simbiosi tra queste tipologie umane e la terra che abitano.Certo, sono stereotipi, anzi sono l’estremizzazione di quello che tutta l’Italia immagina essere il Veneto profondo, ma non importa, perché sono così paradigmatici di un modo di intendere la vita e i rapporti che va bene. Anche perché Sossai ha l’intelligenza di non farci ridere solo di loro, ma farci ridere di loro con loro. Non siamo spettatori che stanno fuori dalla storia, siamo semmai noi i Trintignant coinvolti in questo giretto, contagiati dai protagonisti. Ce ne accorgiamo quando, alla fine, un saluto fatto seguendo con l’auto un treno che per un tratto passa accanto alla strada è al tempo stesso stupidissimo e ridicolo (come loro), ma anche emotivamente sincerissimo. Abbiamo smesso di guardarli con diffidenza e abbiamo cominciato a capirli.
Le città di pianura è un film italiano che non rispetta nessuna regola ed è un caos narrativo irresistibile
Esce questa settimana al cinema, con due protagonisti contagiosi costantemente alticci in giro per il Veneto senza una meta







