Nel commercio e nei servizi i contratti-pirata, il cosiddetto dumping contrattuale, «costano» ben 1,3 miliardi di euro ai lavoratori in termini di minori stipendi percepiti ed al tempo stesso privano lo Stato di oltre mezzo miliardo di euro di entrate, tra tasse e contributi. Secondo Confcommercio - che ha realizzato uno studio sulle distorsioni prodotte dai contratti meno tutelanti ed ora si prepara a dar battaglia assieme Cgil, Cisl e Uil e Confindustria - nei soli settori terziario e turismo i cosiddetti «contratti pirata» firmati da sigle minori, sono oltre 200 e riguardano circa 160mila dipendenti ed oltre 21mila aziende (3,5% del totale). In Italia presso il Cnel sono depositati oltre 1.000 contratti collettivi nazionali di lavoro, ma solo una parte è sottoscritta da organizzazioni realmente rappresentative. Nei soli settori terziario e turismo se ne contano più di 250, ma la maggioranza dei lavoratori è coperta da pochi contratti collettivi nazionali, tra cui il Ccnl Terziario, Distribuzione e Servizi firmato da Confcommercio, il più applicato in Italia con circa 2,5 milioni di addetti. Sul fronte opposto, segnala la ricerca di Confcommercio, quelli più rilevanti per numero di addetti includono i contratti Anpit (catalogati dal Cnel con le sigle H024 e H05K) con, rispettivamente, 56.743 e 35.870 dipendenti, il contratto Cnai (H019) con 15.174 dipendenti.
Confcommercio: i contratti-pirata “rubano” 1,3 miliardi di stipendi e 500 milioni di tasse
Nel settore del commercio e dei servizi oltre 21 mila aziende praticano il dumping contrattuale a danno di 160 mila addetti. Sangalli: «Il governo blocchi le i…






