nter e Milan hanno accolto con sollievo dopo sei anni di peripezie politico-amministrative l’approvazione da parte del Consiglio Comunale della vendita dello stadio San Siro e dell’area circostante. «Un passo storico per il futuro dei club e della città», recita la nota congiunta, che apre la strada alla realizzazione di un nuovo impianto, «di livello mondiale, destinato a diventare una nuova icona architettonica per Milano e un simbolo della passione dei tifosi di calcio».
Al di là della retorica si cela un passaggio cruciale sotto il profilo economico e industriale. Per la prima volta, i due club milanesi hanno la possibilità di superare il modello novecentesco della gestione in concessione e di entrare nella piena titolarità dell’asset stadio, con la conseguente capacità di valorizzazione patrimoniale e commerciale. Il controllo diretto dell’impianto consentirà infatti di moltiplicare i ricavi da matchday e corporate hospitality, che oggi pesano per meno del 20% del fatturato, contro il 30-35% dei benchmark di Premier League e Bundesliga. I posti premium, quelli più pregiati in termini di ricavi, coprono nel San Siro pur ristrutturato di questi anni circa il 3% della capienza totale, contro una media europea che va dal 10 al 15. Uno stadio moderno può garantire un incremento di proventi stimato tra i 50 e i 70 milioni annui per ciascun club, attraverso naming rights, eventi extra-calcistici, spazi retail e appunto servizi premium. In ottica di sostenibilità finanziaria, questi flussi rappresentano la premessa per ridurre la dipendenza da player trading e diritti tv e consolidare la patrimonializzazione dei club. Un aspetto non secondario, in vista dei nuovi parametri Uefa del sustainability financial regulation.











