La possibile estensione degli Accordi di Abramo sarebbe un successo Usa. L'Europa resta ancora spettatrice

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Il piano in 20 punti presentato congiuntamente da Trump e Netanyahu segna una svolta che ridisegna la geografia politica del Medioriente. L'accordo, che vede il via libera non solo di Israele ma anche dei Paesi del Golfo e di un gruppo eterogeneo di Paesi musulmani, prevede la resa di Hamas entro 72 ore, il suo disarmo e l'ingresso di una forza di sicurezza sponsorizzata da Washington e dalle monarchie arabe. In cambio, Gaza non sarà spopolata né annessa, ma sottoposta a un processo di ricostruzione e deradicalizzazione senza precedenti, sotto l'egida di una nuova "Board of Peace" guidata da Trump stesso.Se Hamas non accetterà, sarà la stessa coalizione di Paesi islamici a legittimare un intervento militare israeliano, sancendo così l'irrilevanza di Russia e Cina nello scacchiere regionale. Un successo diplomatico che spiana la strada all'espansione degli Accordi di Abramo, persino verso giganti come l'Indonesia, e che consolida la centralità americana nella regione. L'Europa, come da copione, rimane spettatrice silenziosa.Il contrasto con l'Asia è lampante: mentre in Medioriente Washington tesse la tela della stabilità, i servizi di intelligence trapelati in Australia parlano di una Cina sempre più vicina a uno scenario di invasione di Taiwan. Il Pentagono risponde accelerando la produzione missilistica e blindando l'Aukus, mentre si moltiplicano gli interrogativi sui costi che Canberra sarà chiamata a sostenere, in un contesto in cui già la Nato discute di spese militari al 5% del Pil.