Il piano di Trump per la Palestina “è una base di partenza”, ma “è necessario che la comunità internazionale vigili”. Il cardinale Matteo Zuppi non chiude, anche se sottolinea come “sia necessario chiarire tutta una serie di elementi”. In positivo, dice il presidente della Cei, “c’è ad esempio l’immediato cessate il fuoco, la smilitarizzazione della Striscia, lo scambio tra ostaggi e detenuti e il via libera agli aiuti umanitari”. Certo aggiunge “non vedo il ruolo dell’Onu (se non per gli aiuti) che mi sarei aspettato e che dovrebbe essere l’arbitro dell’accordo”. Per questo, sottolinea Zuppi, “è importante che la comunità internazionale vigili a garanzia che entrambe le parti onorino gli impegni”. C’è insomma ancora molto “da lavorare”, perché “la pace è un percorso” e va “costruita con determinazione, ma tenendo conto delle complessità”. In altri termini siamo solo all’inizio e la prudenza è d’obbligo.

Le parole del cardinale sono state pronunciate alla Fondazione Biblioteca del Mulino, durante l’incontro “Quando l’Italia promosse la pace in Mozambico (1980-1992). Una storia di pazienza e costruzione”, organizzato per presentare il libro di Mario Raffaelli: “Si fa presto a dire pace”. Zuppi, allora “semplicemente don Matteo”, e Raffaelli, al tempo sottosegretario agli esteri, furono protagonisti dell’accordo di pace in Mozambico. Anche per l’ex parlamentare socialista “il cessate il fuoco è fondamentale, come lo è anche la prospettiva, sia pure nel tempo, della nascita dello stato palestinese”.