di Anna Fregonara

Ad ogni alimento, ormai, corrisponde una versione “proteica” o “più proteica” (per un giro d’affari miliardario). Ma è vero che più ne assorbiamo e meglio è? Qualche punto fermo sulla parola-chiave del lessico alimentare contemporaneo

I prodotti commercializzati per il loro contenuto proteico non sono una novità assoluta. Esistono fin dal 1860. A ricordarlo è Hannah Cutting-Jones, storica dell’alimentazione all’Università dell’Oregon (Stati Uniti) in un articolo su Nature. Proprio in quegli anni il concetto di macronutrienti — carboidrati, grassi e proteine — era stato appena introdotto, quando uno dei primi scienziati a studiarli, il chimico tedesco Justus von Liebig, lanciò l’omonimo estratto di carne, pensato come sostituto economico della carne vera. Quasi un secolo dopo, siamo negli Stati Uniti degli anni ’50, Bob Hoffman, ex sollevatore di pesi e imprenditore visionario, mescola con una pagaia da canoa un composto in un pentolone. Sta preparando quello che diventerà uno dei primi prodotti proteici moderni, pensato per offrire forza e resistenza agli appassionati di muscoli scolpiti.

In pochi avrebbero scommesso che, settant’anni dopo, le proteine sarebbero uscite dal mondo del body building per trasformarsi in una delle parole più potenti del lessico alimentare globale. Fino a diventare protagoniste in tv nei frullati di Patrick Schwarzenegger nella serie The White Lotus. Oggi viviamo una ossessione per le proteine, l’unico macronutriente rimasto in piedi dopo che decenni di diffidenza e mode dietetiche hanno via via travolto grassi e carboidrati. Rispetto a questi, le proteine sono percepite come più sane e questo ne spinge il consumo.