Gli studi che mettono a confronto l’azione di farmaci simili nella cura di una malattia sono pochi. Per farli è necessario attingere ai database di dati della “vita reale”, cioè guardare quello che avviene nella gestione quotidiana dei pazienti. È quello che ha fatto Izanne Roos, neurologa al Royal Melbourne Hospital, che al congresso Ectrims, il più importante evento scientifico legato a questa malattia neurologica, ha presentato uno studio condotto a partire dalle informazioni contenute nei tre dei principali registri di sclerosi multipla a livello globale: MSBase, Ofsep (Francia) e il Registro danese sulla SM. Lo studio ha confrontato ocrelizumab con fingolimod, natalizumab e alemtuzumab in pazienti trattati per almeno sei mesi, con un follow-up adeguato.
Ocrelizumab controlla al meglio le ricadute
I risultati presentati dimostrano la superiorità di ocrelizumab nel contenere il numero di ricadute. Se paragonato a fingolimod (2.600 vs 4.103 pazienti), ocrelizumab ha mostrato un tasso di ricadute nettamente inferiore, con un rischio di ricaduta più che doppio nei pazienti in terapia con fingolimod.In confronto a natalizumab (3.197 vs 2.437 pazienti), ocrelizumab ha riportato tassi di ricadute inferiori e una riduzione significativa del peggioramento della disabilità associata alle ricadute. Dal confronto con alemtuzumab (2.960 vs 644 pazienti), invece, è emerso un tasso di ricadute inferiore per ocrelizumab ma non sono emerse differenze significative nel peggioramento della disabilità.






