Da banda del buco, quale il Milan era diventato nell’ultimo anno e mezzo di disastri dentro e fuori dal campo, a squadra forte, come il Milan dovrebbe essere sempre. Forse persino da scudetto. Massimiliano Allegri ha già compiuto la metamorfosi per cui era stato chiamato sulla panchina rossonera. I funerali che già gli avevano fatto dopo la sconfitta all’esordio contro la Cremonese erano evidentemente prematuri, così adesso il primo posto in classifica dopo solo 5 gare è un primato troppo parziale per trarne indicazioni sul lungo periodo, però il segnale lanciato contro il Napoli è chiaro. Era già per certi versi una partita delle verità, di quelle che possono fare da spartiacque al campionato, e Allegri l’ha superata a pieni voti: nel primo tempo ha dato un’autentica lezione a Conte, fino al rigore ed espulsione di Estupinan praticamente non c’è stata partita, poi in inferiorità numerica ha difeso con sofferenza ma anche ordine, portando a casa meritatamente una vittoria pesante. Con questa convinzione (e senza coppe: un fattore che ieri ha inciso relativamente ma conterà sempre di più con l’avanzare della stagione), il Milan si candida per la lotta al titolo.

Senza di lui sarebbe stato impossibile anche solo pensarlo. Lo squadra non è molto diversa da quella che l’anno scorso chiuse nell’infamia all’ottavo posto. Sono bastati un paio di innesti strategici a centrocampo – Modric con la sua classe e intelligenza tattica anche a 40 anni, e il “pupillo” Rabiot – per ridare un senso a quella roba informe che si era vista tra Conceição, Fonseca e l’ultimo Pioli. Ma è il manico che fa la differenza. Max Allegri era e rimane uno dei pochi tecnici in circolazione (l’altro italiano è proprio Antonio Conte) in grado di incidere sempre, comunque e subito sulle sue squadre, dal marchio di fabbrica immediatamente riconoscibile, nel bene e nel male.