Le banche centrali provano a muoversi verso una normalizzazione delle politiche monetarie. Sul versante americano la Federal Reserve – già la scorsa settimana – ha tagliato il costo del denaro, portandolo dal 4,50% al 4,25%. Per i banchieri americani i tassi Usa potrebbero scendere ancora due volte entro fine anno (quindi due tagli da 0,25%), mentre nel 2026 è prevista, almeno per il momento, una sola sforbiciata al costo del denaro. È interessante notare come i mercati si attendano invece altri 2-3 tagli ai tassi nel 2026, ipotizzando una Fed in versione maggiormente colomba rispetto a quanto emerso in questi giorni, in particolare dopo il solido dato sul Pil ed un’inflazione in linea con le attese. Proprio la possibilità di una Federal Reserve meno accomodante rispetto a quanto previsto dai mercati ha riportato qualche timido acquisto sul dollaro. Operativamente l’euro/dollaro ha toccato nelle scorse settimane i livelli più elevati dal 2022, arrivando a 1,19. Successivamente, però, è arrivata l’inversione di tendenza, con il cambio sceso anche sotto quota 1,17. Spostandosi in Asia, lo scenario è opposto. In Giappone, infatti, si va verso una normalizzazione dei tassi, ma al rialzo. Il tutto, però, procede molto lentamente e con cautela. La Banca centrale del Giappone ha confermato il costo del denaro allo 0,50%, annunciando però che avrebbe progressivamente iniziato la vendita di Etf e partecipazioni in fondi comuni di investimento immobiliare. Una piccola sorpresa, questa, per i mercati, anche considerando le incertezze politiche interne del Giappone e – su scala più ampia – l’impatto della questione dazi. Nonostante ciò, lo yen resta debole, con il cambio fra il dollaro Usa e la valuta nipponica nuovamente in area 150. Fra le valute sotto pressione troviamo il dollaro neozelandese, scivolato da oltre 0,60 a 0,58 contro la divisa americana, mentre il cross fra dollaro neozelandese e dollaro australiano è ai minimi da quasi tre anni. Al momento i tassi di interesse della Banca centrale della Nuova Zelanda (RBNZ) sono al 3,00%, ma nel prossimo meeting dovrebbero scendere di 25 punti base. Da segnalare come il mercato reputi possibile (25%) un “jumbo cut” da più ampio, da 50 punti base, anche per provare a rilanciare l’economia, dopo la recente discesa del PIL, scivolato in territorio negativo. Fra le news, ricordiamo anche che sarà Anna Breman, attualmente Vice Governatore della Sveriges Riksbank, ad assumere l'incarico di governatore della RBNZ dal mese di dicembre. Per quanto riguarda le materie prime, l’oro è arrivato – per la prima volta nella sua millenaria storia – in area 3.800 dollari per oncia, prima di una modesta correzione. Il trend di fondo appare ancora saldamente positivo, ma il forte rally di questi mesi potrebbe chiamare una pausa, anche considerando che il boom dei prezzi potrebbe rallentare la domanda in arrivo dal settore della gioielleria e spingere qualche investitore verso prese di profitto. Difficile, però, ipotizzare grandi tracolli fino a quando la domanda combinata di ETF aurei e banche centrali resterà forte come in questi mesi.