Benvenuti nelle aule 2.0 dove si impara e si “posta”. Smartphone puntati su bambini che sorridono, voci fuori campo e musica in sottofondo. Una ruota colorata gira, la prof indica un verbo, gli studenti si trasformano in mimi. L’imperativo si impara tra risate e applausi. In un’altra aula, un maestro filma quaderni dove al posto dei voti disegna cuoricini e scrive frasi di incoraggiamento. Benvenuti nel mondo dei “TeachTokers”, dei docenti che in classe coinvolgono gli studenti in lezioni che spesso diventano contenuti social.

La scuola diventa scena, il web il palcoscenico. Parliamo di docenti che condividono reel e storie della loro attività didattica in aula su profili social personali. Il dibattito divide, il web si infiamma con commenti di chi li appoggia e chi li boccia. È tutto lecito? Ci sono regole o limiti da non travalicare? Tra chi li accusa ci sono molti docenti. Tre i principali motivi del disaccordo. Producono contenuti social per profili personali mentre insegnano. Filmano i loro studenti. Trasformano l’aula (luogo istituzionale) in un set. Tra i prof influencer sotto i riflettori ci sono la professoressa Rosita Barbella, docente di spagnolo in una scuola media della Campania, e il maestro Gabriele Camelo, insegnante in una primaria a Palermo. «Abbiamo davvero bisogno dei prof più amati dei social?»: si interroga in un post virale Dario Alì, editor Mondadori e formatore. Da TikTok a Instagram fino a Facebook, ecco le voci critiche. C’è chi chiede «l’intervento del ministro Valditara affinché detti regole e ordine», chi chiede «che ogni scuola adotti una chiara social media policy», chi sostiene che «i social svuotano l’autenticità educativa», che «lo studente viene ridotto a oggetto scenico, al servizio dell’algoritmo» e «il fulcro di questi contenuti è la costruzione del personal branding, non l’educazione».