Si riparte dal punto in cui tutto s'inceppa: Budapest e i suoi veti, ma anche le profonde divisioni tra i Ventisette. Annunciate da Ursula von der Leyen nello State of the Union - e formalizzate il 17 settembre -, le sanzioni contro Israele si infrangono contro l'impasse europea.
Nel suo granitico sostegno allo Stato ebraico, l'Ungheria resta il volto più visibile della paralisi, ma non è l'unico. A ridosso del vertice informale dei leader Ue del primo ottobre a Copenaghen, l'ultima riunione degli ambasciatori dei Ventisette ha certificato lo stallo: nessun accordo né sulle misure contro i falchi del governo Netanyahu - Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich - e i coloni violenti, né sui dazi che colpirebbero il 37% delle importazioni israeliane, con l'esclusione di armi e sistemi militari.
Mercoledì toccherà ai capi di Stato e di governo tentare una sintesi sulla pressione da esercitare su Israele. La pressione, alimentata anche dalle manifestazioni di piazza e dalla Flotilla che avanza verso Gaza tra le minacce di scontro, è sempre più alta. Dinnanzi all'ennesima prova di forza di Benyamin Netanyahu all'Assemblea generale dell'Onu - dove nei giorni scorsi l'iniziativa di Emmanuel Macron per il riconoscimento della Palestina ha trascinato con sé Portogallo, Belgio, Finlandia, Lussemburgo e Malta - Bruxelles mantiene ufficialmente il silenzio. La posizione però non cambia: le sanzioni sono considerate necessarie per garantire corridoi umanitari senza restrizioni.






