La definizione che, almeno per ora, scongiura lo strappo con Israele è "inappropriato".

La formula scelta dal ministro tedesco Johann Wadephul ha raffreddato le ambizioni del fronte che avrebbe voluto uno stop immediato - anche soltanto parziale - dell'accordo di associazione tra l'Ue e lo Stato ebraico. Dopo settimane di pressione su Bruxelles, l'asse guidato da Spagna, Irlanda e Slovenia e sostenuto da diversi partner - Belgio e Olanda in testa - si è scontrato con la tradizionale cautela tedesca condivisa anche dall'Italia, contrarie a una misura ritenuta - nelle parole del vicepremier Antonio Tajani - penalizzante per l'intera popolazione israeliana. Il copione, atteso sin dalla vigilia della riunione dei ministri degli Esteri a Lussemburgo, si è compiuto senza arrivare alla conta tra i Ventisette. Anche per evitare, come sottolineato da più capitali, di mettere a nudo le crepe interne all'Ue senza centrare il bersaglio: aumentare davvero la pressione sul governo di Benyamin Netanyahu affinché fermi le violazioni dei diritti umani a Gaza e in Libano e la violenza dei coloni in Cisgiordania, inviando un segnale anche all'alleato Donald Trump.

Davanti all'aumento delle vittime civili nella Striscia, già lo scorso anno Bruxelles aveva messo sul tavolo un ventaglio di misure contro Israele, dal taglio degli scambi a sanzioni mirate. Ma nessuna ha finora raccolto i numeri necessari. La sospensione totale dell'accordo richiede l'unanimità dei Ventisette - di fatto irraggiungibile - mentre lo stop alla sola componente commerciale passerebbe a maggioranza qualificata. "Servono spostamenti politici che oggi non abbiamo visto", ha ammesso l'Alta rappresentante Ue, Kaja Kallas, indicando tuttavia che il confronto "continuerà". A fare muro è stata ancora una volta Berlino, ritenendo "inappropriato" il congelamento dell'intesa anche sulla sola leva commerciale.