La rivoluzione non è un pranzo di gala. Lo dicevano Mao e pure Sergio Leone. Da qualche giorno abbiamo capito che ce lo vuole raccontare anche P.T Anderson con Una battaglia dopo l’altra. Magari in maniera più stilosa, leziosa, morbidamente intimista. Tanto perché oggi al cinema per essere filosoficamente indie (perché materialmente c’è Warner che sgancia 120 milioni di dollari di budget) bisogna fare, disfare, montare e rimontare, un groviglio di ribellione politica simil woke e molto antiwasp (ecco la “rivoluzione”), tendenzialmente ed esteticamente pop e figa. Una battaglia dopo l’altra è, a livello di messaggio, prima di tutto una semplificazione dicotomica tra male (vecchi maschi, bavosi, violenti, razzisti bianchi) e bene (donne nere col mitra e la cazzimma), impostato su un’imponente struttura action thriller raramente sfiorata dal P.T.Anderson avvezzo solitamente a minimalismi da camera, college e laboratorio di cucito. Se la si prende da questo verso Una battaglia dopo l’altra è fisicamente un’opera monumentale. Una rutilante macchina da guerra, pardon di lotta armata, in una livida invernale funerea California, tra un manipolo pulviscolo quasi astratto di rivoluzionari con mitragliette e bombe capitanato da Perfidia (Teyana Taylor, direttamente da un blaxploitation) e Ghetto Pat (Leonardo DiCaprio oramai fisso con la fronte corrucciata), e un colonnello dell’esercito muscoloso, fesso, cattivo e arrapato, tal Lockjaw (Sean Penn al limite della burletta).
DiCaprio terrorista nella rivoluzione farsa di P.T. Anderson: ecco 'Una battaglia dopo l'altra'
Leonardo DiCaprio protagonista del nuovo film di Paul Thomas Anderson: una rutilante macchina da guerra tra rivoluzionari e potere













