Tra i tanti film che hanno visto Claudia Cardinale splendida protagonista ce n’è uno ricordato meno di frequente. Si tratta de «I delfini», realizzato nel 1960 da Francesco Maselli che curò, con Ennio de Concini, Aggeo Savioli, e la collaborazione di un certo Alberto Moravia, anche il soggetto e la sceneggiatura. Lo zampino, meglio, la zampata di Moravia si avverte eccome. La storia è in apparenza semplice. Fedora, ragazza di una media città di provincia vive in ristrettezze economiche con la madre, dopo che il padre le ha abbandonate. Fedora è bella, giovane. Più curiosa che ambiziosa, forse. Osserva da lontano la jeunesse dorée del posto. I delfini. Sono rampolli di famiglie di industrialotti e vengono chiamati come gli eredi al trono di Francia. Appartengono a una ristretta cerchia di borghesi e costituiscono il fulcro di attenzione dell’intera città. I delfini. Che hanno il loro «tempio» al Caffè Meletti. Che bevono. Che fumano. Che possiedono potenti automobili sportive e trascinano fatue esistenze in «una città antica come ce ne sono tante nell’Italia centrale. Dove strade, palazzi, i muri stessi sono come impregnati di Storia, di tradizione, di passato. Ed è forse per questo che qui tutto finisce sempre per attutirsi, per soffocare. Sembra sempre che non sia successo niente». Un luogo sonnolento e implacabile. I suoi ritmi lenti e inesorabili poco a poco erodono spazio di manovra attorno. Chiudono in trappola. Fedora non conosce i delfini. Li vede da lontano. Ne è attratta. Vagheggia una vita diversa. Simile, forse, a quelle delle quali legge sulle pagine delle riviste che tiene nella sua camera. Dominata da un tedio senza nome, si confida con l’onesto giovane medico pigionante in casa. Lui le chiede cosa fa tutto il giorno una ragazza come lei. È presto detto: «si annoia, aiuta in casa, va a fare le compere, ascolta le prediche della mamma. Che cosa vuol fare in un posto come questo?» Fedora pensa che in una grande città tutto sarebbe diverso. La madre vuole per lei un buon matrimonio, un riscatto per l’abbandono che ha subito in prima persona. La ragazza commenta amara: «e un giorno o l’altro ti trovi in chiesa vicino al primo impiegatuccio disponibile». Spiega al dottore: «Lei è qui da troppo poco tempo per capire come stanno le cose. Per aspirare a qualcosa di più c’è da superare il muro… lei non lo vede, non può vederlo. C’è un muro altissimo, invisibile. E dietro questo muro ci stanno i delfini». Il passaggio dall’altra parte del muro avviene. Ma tra i delfini non c’è nulla di regale. E Fedora lo scopre con disinganno, dolore, vergogna. Dal volto della «aspirante delfina» spariscono presto l’innocente timidezza interrogativa e il sorriso sbarazzino. Cala un velo. Già luttuoso. Già disperato. Il rapporto con il delfino per eccellenza Alberto De Matteis si profila sin dall’inizio nel segno della sopraffazione, della sproporzione di forze. Fedora ora può sedere tra i delfini al caffè Meletti. Si guarda intorno con un broncio perplesso. Si percepisce già sbagliata, fuori posto. Non c’è più niente in lei della spontanea confidenza condivisa con il medico. I delfini danno feste. Ballano lenti. Si inventano mali di vivere. Agiscono in una costante autorappresentazione. Un’ininterrotta messa in scena di sé. Fedora tenta di districarsi. Sta appollaiata sulla sedia alle spalle del suo delfino mentre lui gioca a carte. Osserva in silenzio. Intorno a lei sciatteria, pigrizia, totale assenza di principi. In questa sezione del film Claudia Cardinale lavora sulla propria andatura. Cammina un po’ goffamente per rendere immediata l’impressione di un disagio. Di un percorso a ostacoli, di una strada impossibile. La sequenza chiave la vede seduta accanto al suo ragazzo a bordo dell’auto sportiva lanciata a tutta velocità. Al principio lei sorride divertita. Poi, via via, la guida di lui si fa sempre più rabbiosa, plastica ostentazione di tutto il disprezzo che il delfino nutre per gli altri. Si conferma l’anima gretta e aggressiva di un farabutto senza spina dorsale. Di un vigliacco senz’anima, capace di ogni bassezza. Fedora si rabbuia. Il disgusto monta. La travolge. La sconvolge. «Perché la gente è così diversa a conoscerla da come sembra dal di fuori?» Ma è tardi. Sempre più tardi. Non c’è più tempo. Lei si è esposta troppo agli occhi inclementi della cittadina. E aspetta un bambino. Fedora vorrebbe liberarsi, svincolarsi. Non ama più De Matteis. Vuole lasciarlo. Cerca soccorso in casa: «Mamma, perché non mi aiuti?... Ci deve essere qualcos’altro, no? Nella vita…» Ma il suo è un grido destinato a inabissarsi nel silenzio. La china è segnata. Non c’è più possibilità di ribellarsi. Neanche quando l’onesto dottore le offre una via d’uscita. «Non sono più quella di prima. È come se non avessi più forza. Non sapessi più dov’è il bene. Dov’è il male». Rientrando quella sera Fedora trova sua madre che piange in cucina. La donna singhiozza: «un altro scandalo… non ci resisto». E Fedora piega la testa. La sua vita non le appartiene più. Il tempo di ogni speranza è finito. Deposto ogni tentativo di fuga, raggiunge il caffè Meletti e torna a sedersi tra i delfini. De Matteis le offre l’aperitivo. Un Pernod.