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Mentre sempre più paesi europei e occidentali stanno formalizzando il riconoscimento dello stato di Palestina, la sua creazione sembra più lontana e improbabile che mai, a causa soprattutto degli ostacoli creati da Israele e dal suo governo.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu domenica ha detto: «Non ci sarà uno stato palestinese a ovest del [fiume] Giordano», che è dove si trovano sia Israele sia i territori palestinesi. «Per anni ho cercato di prevenire la creazione di questo stato terrorista, affrontando tremende pressioni in Israele e all’estero». In questo modo Netanyahu ha fatto capire – ma non è la prima volta – che quando negli scorsi due decenni ha partecipato a negoziati per la soluzione a due stati tra Israele e Palestina, non aveva davvero l’intenzione di raggiungere un accordo.
Israele sta rendendo impossibile la creazione di uno stato di Palestina tramite l’occupazione militare, la creazione di nuove colonie e la continua suddivisione e partizione dei territori palestinesi. A questo si aggiunge il fatto che, al momento, la leadership palestinese è divisa, debole e priva di credibilità anche tra la propria popolazione.
Dei tre territori che la comunità internazionale riconosce al futuro stato palestinese, la Striscia di Gaza è devastata dalla guerra che Israele porta avanti da quasi due anni, e la sua ricostruzione, alla fine delle ostilità, comporterebbe enormi spese e difficoltà, che metterebbero in crisi anche uno stato stabile e finanziariamente solido. Negli ultimi mesi inoltre Israele ha cominciato le operazioni militari per la conquista della città di Gaza, la più grande e popolosa della Striscia: potrebbe essere l’inizio di un’occupazione militare di lungo periodo di tutta la Striscia.















