È difficile pensare all'Istria senza associarla all'Italia. Nessuna nostalgia per un "passato glorioso", segnato da pagine tragiche intrise del sangue dei nostri connazionali, cacciati da casa loro da un giorno all'altro. Questa ormai è storia. Oggi queste terre sono Croazia e in parte Slovenia. Gli italiani sono tornati. Turisti che affollano il litorale istriano, godendosi lo splendido mare, che si infrange sulle coste rocciose ricche di insenature e costellate da rinomate località vacanziere. Tra i visitatori spesso c'è anche Francesco Carrer, veneziano dell'entroterra, già docente di Lettere, studioso di Storia dell'arte e Architettura, autore di una originale "guida" come si intuisce già dal titolo "Istria, sulle tracce della Serenissima", edita da Supernova. «L'obiettivo è quello di fornire un agile strumento per ritrovare i segni residui e superstiti di un passato ormai lontano e di un mondo che ha concluso la sua esistenza oltre due secoli fa - spiega Carrer -. Segni materiali, rimasti impressi nella pietra, segni immateriali da cogliere nelle percezioni, nei messaggi impliciti, nei sussurri e nei silenzi».

Un viaggio a ritroso, che ci porta indietro di oltre mille anni, con la progressiva adesione con le buone o con le cattive delle città rivierasche dell'Istria e della Dalmazia alla Repubblica di Venezia, che garantiva protezione dalle scorrerie dei pirati e apriva le porte a scambi commerciali su vasta scala. Un protettorato, ma anche una dominazione, che si protrasse fino alla caduta della Serenissima nel 1797, lasciando tracce e contaminazioni culturali che tuttora chiunque visiti quelle terre può scoprire. A cominciare dalla lingua: molti parlano italiano, ma soprattutto ci sono ancora enclave, dove il veneziano è estremamente diffuso, soprattutto tra anziani e vecchi. Una distribuzione a macchia di leopardo, che si spiega con il fatto che la Serenissima non ha mai avuto il controllo dell'intero territorio istriano, limitandosi alle aree di interesse economico o strategico, prevalentemente sulla fascia costiera. Per uno Stato de Mar la sicurezza delle rotte e dei porti era fondamentale. Un controllo del territorio che comportò l'insediamento di molti veneziani (militari, diplomatici, mercanti, maestranze, artigiani, servitù, oltre a schiere di religiosi appartenenti a numerosi ordini). Una colonizzazione che aveva il marchio più evidente nella presenza del Leone di San Marco, scolpito in tutti gli edifici pubblici, nei portali e persino nelle "vere" da pozzo. Carrer ha calcolato che sono sopravvissuti all'usura del tempo e alle ingiurie dell'uomo circa 160 Leoni. Alcuni dei quali addirittura risalenti al Trecento. Ma prima del Leone arrivavano gli edifici, i palazzi. «La Serenissima racconta Carrer introdusse lo stile gotico fiorito, chiamando al lavoro in Istria schiere di scalpellini, architetti, decoratori e artisti di grande livello». Tra i tanti, ricordiamo Vittore Carpaccio, i fratelli Vivarini, Giovanni Bellini, Palma il Giovane e allievi delle scuole di Tiziano e Paolo Veronese. "Tanta roba" si potrebbe dire con una locuzione che va di moda oggi.