Se i centri storici di Parenzo e Rovigno richiamano gli onirici reticoli urbani di Venezia e di Chioggia memori del comune passato durato circa otto secoli, la costa istriana con lo spettacolare fiordo-canale di Limski ricorda la regione dei laghi finlandesi dal prepotente e secco contrasto blu limpido-verde morbido: il lussureggiante mantello boschivo, modellato nell'entroterra a oliveti e vigneti, scivola dolcemente dalla frastagliata costa nell'acqua turchese per riemergere dopo pochi chilometri frantumato in decine di isolotti che paiono puf di sonoro e liscio velluto verde.
E come in Carelia sono atolli taciturni, tanti disabitati e protetti. Rassicuranti mete di prudenti pescatori e piccole vele: illibate sponde che testimoniano un culto della natura desueto altrove nel Mediterraneo. Sprint ecologico che non deve sorprendere nella Croazia risparmiata ai bombardamenti di una guerra balcanica, ma che ha lasciato segni indelebili altrove, mai capita dal suo popolo e soprattutto dagli istriani dediti dagli anni Ottanta del secolo scorso al pacifico turismo. Anche il premier croato Andrej Plenkovic è oggi uno dei fautori della iniziativa placida e sagace dei "Tre Mari", ossia della cooperazione tra Mar Nero, Adriatico e Baltico al fine di ridefinire le catene dell'approvvigionamento energetico, dello sviluppo digitale e dei trasporti. Iniziativa che tra l'altro non potrà che favorire lo sviluppo turistico.








