Di lui sono note le buone maniere, l’eloquio morbido da consesso internazionale, il romanesco scanzonato che usa come vezzo e qualche piccolo miracolo disseminato lungo un percorso politico infinito. Un cursus honorum quasi zen, che ha fatto di Paolo Gentiloni il simbolo di una certa sinistra istituzionale: quella che non urla, ma resta. Gli avversari lo chiamavano «Er Moviola», per prenderlo in giro. Col tempo quel soprannome è diventato una medaglia: l’arte di entrare ovunque in punta di piedi, e di accomodarsi con pochi passi felpati, nel salotto buono. Ecco perché, se uno così si espone pubblicamente per dire che «i partiti di opposizione non sono pronti per vincere le elezioni e a diventare una vera alternativa all’attuale governo di destra di Giorgia Meloni», vuol dire che qualcosa, al Nazareno, stavolta si è rotto.