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Marco Ricucci*

La nuova ora di latino dovrebbe servire a rafforzare le competenze di italiano degli alunni. Ma siccome non è obbligatoria per tutti, rischia di tagliar fuori proprio chi ne avrebbe più bisogno

Il ritorno del latino alle scuole medie a partire dall'anno prossimo - anche se solo per un’ora alla settimana, per di più opzionale - è stato salutato con entusiasmo dai nostalgici della «palestra della mente». Secondo loro, basterà declinare rosa, rosae per trasformare orde di adolescenti digitali, divisi tra TikTok e videogiochi, in piccoli «ciceroni». La realtà, però, è un’altra. Le classi di oggi nella scuola media non hanno nulla a che fare con quelle di cinquanta anni fa. Ci trovi studenti che parlano dieci lingue diverse, ragazzi con bisogni educativi speciali, altri con disabilità, e preadolescenti che affrontano fragilità e tempeste emotive. Davvero qualcuno pensa che il latino sia lo strumento magico dell’inclusione o del rafforzamento di abilità logiche? È come credere di risolvere la crisi climatica piantando una margherita sul balcone.

Il problema vero, che tutti i docenti di lettere conoscono bene per diretta esperienza, è che troppi ragazzi escono dalla scuola media senza saper leggere e scrivere decentemente in italiano. Non capiscono un testo, hanno un lessico povero, faticano a costruire frasi coerenti. E la soluzione qual è? Invece di ripensare seriamente la didattica dell’italiano, ci rifugiamo in un passato rassicurante. Eppure le alternative ci sarebbero. Lavorare sulla comprensione del testo, arricchire il lessico, sviluppare la scrittura argomentativa. Basterebbe introdurre la grammatica valenziale, che mette la frase al centro come unità di senso: l’Indire, che è un istituto di ricerca educativa dello Stato, ha condotto molte sperimentazioni vincenti sul campo, ma per questo servirebbero coraggio, visione, investimenti.