Il «free speech» è quello dei miei amici; lo «hate speech» è quello dei miei nemici. Facile, no? Orientarsi nel dibattito pubblico americano sembra diventato maledettamente complicato (e pericoloso). Però potete usare la legge che abbiamo appena indicato come una bussola che tutto spiega. È come ai tempi delle guerre di religione: gli eretici sono sempre gli altri. La destra dice: hanno ucciso Charlie Kirk, eroe Maga e uomo libero, perché senza peli sulla lingua smontava i tabù del politicamente corretto. Di conseguenza i Maga chiudono la bocca, fanno licenziare o minacciano di cause miliardarie singole persone, giornali ed emittenti che contestino o irridano le loro opinioni sul delitto Kirk; come è successo al comico Jimmy Kimmel, del quale la Abc, proprietà Disney, ha sospeso lo show televisivo per una battuta (peraltro non ben riuscita). Voi direte: ma per giudicare se il discorso sia «libero» o «di odio» basterebbe valutare la realtà dei fatti. Vi sbagliate. Prendiamo la scritta «Bella Ciao» su uno dei proiettili del giovane che ha sparato a Kirk. Per la destra Maga il richiamo a un canto «resistenziale» è la prova che l’attentatore è di sinistra; per la sinistra Antifa è la prova che frequenta videogiochi di estrema destra, dove quello stesso slogan è usato sarcasticamente.
I padroni dell’odio
I giudizi si polarizzano ma la possibilità di dire ciò che pensiamo è un bene che non può essere sperperato
















