di
Pierluigi Panza
Si trasferiranno a Casamari, vicino a Frosinone. L'abate Loreto Camilli: «All’inaugurazione avevamo venti monaci, ora solo sei, alcuni anziani». L'erboristeria e il famoso amaro «Gra Car»
Cinquecento anni fa, nelle campagne intorno alla Certosa di Pavia si combatté la prima battaglia moderna: gli spagnoli sbaragliarono la cavalleria francese grazie ai cannoni, che erano i droni dell’epoca. Furono accusati di combattere slealmente perché non guardavano negli occhi chi uccidevano. Tra gli sconfitti, monsieur de Lapalisse, dal quale deriva l’aggettivo lapalissiano, e il re di Francia Francesco I, che rinchiuso in una cascina a mangiare zuppa scrisse alla madre la storica frase: «Tutto è perduto, tranne l’onore».
Cinquecento anni dopo i custodi di queste storie, i monaci cistercensi della Congregazione Casamariensis, subentrati ai benedettini, subentrati ai certosini, lasceranno l’amata Certosa, dove risiedevano stabilmente dal 1968. «Ci dispiace, alcuni confratelli hanno vissuto lì per trent’anni, siamo addolorati», racconta padre Loreto Camilli, abate della congregazione di Casamari, nei pressi di Frosinone, dove i pochi monaci rimasti saranno trasferiti. «Siamo arrivati alla Certosa per volere di Paolo VI che chiese la presenza di una comunità monastica. All’inaugurazione avevamo venti monaci. Siamo rimasti sei, alcuni anziani e non riusciamo più a fare un servizio spirituale e di gestione. A fine anno si conclude la convenzione con il ministero che avremmo dovuto rinnovare per nove anni: non ce la siamo sentiti».







