A una settimana dall’assassinio di Charlie Kirk questa tragedia americana sta diventando terreno di violente accuse politiche della Casa Bianca e dei Maga alla sinistra. Scontro che, notano gli analisti politici, potrebbe pesare sulle elezioni di mid term anche se ancora lontane più di un anno. In genere, però, lo sappiamo, gli americani votano soprattutto col portafoglio: nei mesi scorsi è emerso più volte il nervosismo dei repubblicani di collegi a rischio per i dazi di Trump che si teme possano far crescere l’inflazione.

Trump ha sempre negato impatti sui prezzi e ha esercitato forti pressioni sulle imprese chiedendo loro di bloccare gli aumenti. L’inflazione è cresciuta ma meno di quanto si era temuto. C’è, però, un secondo fronte sul quale la Trumpnomics si sta dimostrando inefficace, se non addirittura nociva con guai per il presidente, anche nella prospettiva elettorale: quello dell’occupazione. Più ancora delle accuse a Biden di aver gestito male l’economia, e più della promessa di far scendere i prezzi, il cavallo di battaglia della campagna elettorale di Trump era stato la crociata contro gli immigrati clandestini presentati come ladri di lavori che spettano ai cittadini americani. Nel suo schema il lavoro è un gioco a somma zero: ogni impiego preso da un clandestino è un lavoro perso soprattutto da neri e ispanici: minoranze tra le quali, infatti, The Donald ha fatto proseliti. Ma ora, dopo mesi di espulsioni e, soprattutto, col flusso di immigrati che attraversano la frontiera ormai bloccato, dov’è l’impennata dei jobs? Non c’è. Anzi, il contrario: da tempo il saldo della creazione di posti sfiora quota zero mentre il tasso di disoccupazione è salito al livello più alto degli ultimi quattro anni. Particolarmente colpiti proprio i neri.