di
Francesco Battistini
Il futuro, ha detto il premier, sarà quello di una «super Sparta» autosufficiente nel produrre armi: «Se c’è una lezione che abbiamo imparato da questa guerra è che vogliamo l’indipendenza difensiva»
DAL NOSTRO INVIATOTEL AVIV - Qualche giorno fa, l’ufficio di Bibi Netanyahu ha chiamato i direttori dei giornali israeliani: sul volo di Stato per andare all’assemblea dell’Onu, il premier non avrebbe imbarcato gli inviati. Una vendetta per le troppe critiche? «No: useremo un jet privato. Dovremo risparmiare carburante e fare rotte più lunghe. C’è il mandato d’arresto internazionale dell’Aia. E il timore che molti Paesi si rifiutino di farci attraversare il loro spazio aereo». Israele Stato paria. Facendo immediatamente crollare la Borsa di Tel Aviv, lunedì Netanyahu ha parlato al Paese della necessità d’adattarsi a «un’economia autarchica». Aggiungendo che il futuro sarà una versione d’una «super Sparta», autosufficiente nel produrre armi. «Se c’è una lezione che abbiamo imparato da questa guerra — ha spiegato — è che non vogliamo trovarci limitati. Vogliamo l’indipendenza difensiva».Bibi è corso subito ai ripari, martedì, per dire d’essere stato frainteso. Ma tutti l’hanno letta come un’ammissione pubblica d’isolamento internazionale. Un incendio che si farebbe devastante, coi richiami degli ambasciatori, se s’arrivasse all’espulsione dei gazawi e all’annessione della Cisgiordania. Le nuove sanzioni in arrivo dall’Ue, osserva l’analista Itamar Eichner, sono già un segnale: «Gli israeliani ne sentirebbero l’impatto sulla spesa quotidiana. Che cosa succederebbe, se il nostro principale partner ci colpisse nelle tasche?».APPROFONDISCI CON IL PODCASTL’autarchia in realtà è già qui. E Sparta si sente sola. Solo la Silicon Valley delle startup risponde a brutto muso: «Non esiste l’economia israeliana senza di noi — dice Dror Bin, ceo d’Innovation Autorithy —, e noi non esistiamo senza multinazionali. L’85% del denaro che investiamo nella ricerca viene dall’estero». Dal mondo della cultura allo sport, però, non è così per tutti. Ci sono le 4 mila firme del cinema, che chiedono la fine d’ogni co-produzione israeliana. Le band musicali che vengono cancellate dai festival: perfino una star come Idan Reichel ha raccontato di non venire più invitato all’estero. L’ultima, la battaglia per l’Eurofestival 2026: spagnoli e olandesi, irlandesi e islandesi minacciano il boicottaggio, se Israele partecipasse. Nel calcio, avanza una proposta d’esclusione dagli Europei; nel basket, dall’Eurolega; alle Olimpiadi, un trattamento simile a quello della Russia di Putin. Alla Knesset, i rettori universitari hanno elencato i programmi di ricerca europei cancellati, le collaborazioni finite. Ci sono naturalmente anche le armi, il pallino di Netanyahu: la Slovenia è stata il primo Paese Ue a imporre un embargo totale, la Spagna ha cancellato una fornitura di sistemi d’artiglieria e strappato l’acquisto di missili anticarro. Anche la politica dei visti può cambiare, avverte il governo: in 131 Paesi ora non servono, «ma le decisioni Onu sul “genocidio” influenzeranno diversamente». E poi, scrive un giornale, c’è l’elemento psicologico «ogni volta che prendiamo il passaporto: chi ha più voglia d’andare in vacanza all’estero, se teme d’essere identificato come israeliano?».






