di Francesco Miragliuolo

Le imminenti elezioni regionali mettono in evidenza la profonda degenerazione derivante dal progressivo svuotamento delle assemblee elettive, ormai ridotte a un ruolo marginale, a fronte del crescente protagonismo del Presidente della Giunta regionale. Un fenomeno che si è consolidato negli ultimi 25 anni e che ha modificato in profondità l’equilibrio tra organi assembleari ed esecutivo. Non a caso, anche il linguaggio giornalistico ha contribuito ad accentuare tale squilibrio, definendo impropriamente il presidente “Governatore”, con un richiamo fuorviante alla figura del Governor statunitense, dotato di poteri autonomi e sovrani che non appartengono al Presidente della Giunta regionale italiana.

Con la legge costituzionale n. 1 del 1999, che ha inciso sugli articoli 121 e 122 della Costituzione, si è aperta la strada alla cosiddetta “presidenzializzazione” delle Regioni, salvo diverse previsioni statutarie. Da quel momento si è determinato un marcato accentramento di poteri nelle mani del Presidente. Le leggi elettorali regionali hanno introdotto premi di maggioranza molto ampi, talvolta tali da garantire al Presidente e alla sua coalizione fino al 60-65% dei seggi consiliari: un meccanismo che comprime la rappresentanza, riduce la pluralità e rafforza una logica plebiscitaria.