Non è solo folklore locale la bagarre scatenatasi in entrambi i poli alla vigilia delle prossime regionali. Segnala piuttosto due rilevanti patologie del nostro sistema.

La prima è l’anomala concentrazione di potere politico che si è accumulato nelle Regioni, pur in assenza di devolution o ulteriori gradi di autonomia. Non si spiegherebbe altrimenti come mai i leader indigeni possano resistere così tanto all’avvicendamento, anche quando sono in carica da quindici anni, come Zaia, o da dieci, come De Luca ed Emiliano. Numeri inconcepibili per un primo ministro: Berlusconi, che pure era Berlusconi, è stato a Palazzo Chigi per meno di otto anni, divisi in quattro governi. In Europa solo Helmut Kohl e Angela Merkel possono rivaleggiare in quanto a durata col governatore del Veneto, e solo la Thatcher con i «rais» di Campania e Puglia.

Non basta: i presidenti uscenti, e perfino quelli già da tempo usciti come Vendola, premono per restare comunque in Regione, presentando liste personali alle elezioni, facendosi eleggere o capitanando pattuglie di «propri» consiglieri in grado di «ricattare» il futuro governatore (è ciò che Decaro e Fico sanno di doversi aspettare da Emiliano e De Luca). E se da Roma, per toglierseli di mezzo, propongono loro incarichi alternativi, tipo parlamentare italiano/europeo, voltano la testa sdegnosi. Oggi forse nemmeno un ministro ha il potere di un presidente di Regione, figurarsi un qualsiasi schiaccia-bottoni di Montecitorio o di Bruxelles.