TEL AVIV - La gigantografia cartonata di suo figlio le sta alle spalle, oltre la transenna. Il sorriso di Matan, se lo porta stampato sulla t-shirt bianca, sotto la collanina col pendaglio simbolo degli ostaggi. Proprio sopra il cuore: «Io non so più se Matan è vivo o è morto. Lunedì notte, dicevano che c’era un ostaggio colpito e che poteva essere lui. Quando dico colpito, parlo delle bombe che sono state ordinate dal primo ministro Benjamin Netanyahu. C’è una firma, su quelle bombe». All’ingresso di Azza Street, dove abita il premier, i poliziotti conoscono bene Anat Angrest e la controllano discreti: una volta, è arrivata fino ai cancelli del ministero della Difesa di Tel Aviv, bendata e imbrattata di vernice rossa, «il colore delle ferite di Matan». Anche tutt’Israele la conosce benissimo: a Kiryat Bialik, la casa di questa cinquantenne figlia d’un sopravvissuto alla Shoah («mio padre fu l’unico a tornare, adesso non si capacita d’avere un nipote in catene là dentro»), è diventata nei mesi un motore potente delle proteste contro Bibi.