"Netanyahu ha dato l'ordine di bombardare mio figlio".
E' un grido di dolore, una supplica e una sfida aperta allo stesso tempo quella che la marcia di madri, padri, fratelli, sorelle, mogli degli ostaggi israeliani portano sull'uscio della residenza di Benyamin Netanyahu a Gerusalemme mentre l'assalto finale a Gaza City è in pieno svolgimento con gli obiettivi del governo chiari e ben scanditi: "Arriveremo fino alla fine".
Ma la fine, per le famiglie degli ostaggi, è la fine dell'ultimo drappello di speranza di rivedere i propri cari, alcuni (pochi) ancora in vita, gli altri già caduti nella guerra che in oltre 700 giorni ha portato fin qui. Sfida aperta al premier quindi, una sfida politica che ha visto l'ennesimo corteo urlare la rabbia in piazza, come già era accaduto nelle scorse settimane, ma che adesso più che mai punta il dito dritto contro chi non ha ascoltato il dissenso, le suppliche e le polemiche per la controversa azione di terra destinata a caratterizzare definitivamente l'eredità storica di Netanyahu.
L'Hostages and Missing Families Forum', che rappresenta la maggior parte dei parenti degli ostaggi, ha dichiarato in queste ore lo "stato di emergenza": nella notte hanno allestito un vero e proprio accampamento di tende davanti alla residenza di Netanyahu dopo la notizia dell'ingresso dei tank a Gaza City e non intendono muoversi, piuttosto invitano gli israeliani a unirsi alla protesta. "Rimanete con noi", chiede il Forum in un appello pubblico, "E' fin troppo chiaro! Non ci sarà un'altra occasione per salvare i nostri fratelli e sorelle che soffrono nei tunnel da 711 giorni. Non possiamo sacrificare gli ostaggi.









