Ci sono cose che, a guardarle da vicino, sembrano fatte apposta per far arrabbiare tutti. Gli incentivi per la rottamazione delle auto, ultimo capitolo di una saga burocratica che sembra scritta da Kafka con la consulenza di un ingegnere sadico, sono una di queste.
In un colpo solo, il Governo è riuscito in un’impresa titanica: scontentare i clienti, far imbufalire i concessionari e persino far storcere il naso ai costruttori, che di solito sugli incentivi ci campano. Un disastro bipartisan, un flop che unisce trasversalmente, come una vecchia auto che non parte più, ma che tutti spingono con lo stesso malumore.
I clienti, poveracci, si trovano davanti un labirinto di regole che sembra pensato per scoraggiarli: ISEE, rottamazione obbligatoria, residenza in “aree urbane funzionali” (che diavolo saranno mai?), l’Eco-score preso in prestito dai francesi, come se l’Italia non avesse già abbastanza gatte da pelare con la sua burocrazia.
“Troppo complicato”, dicono, e non hanno torto. È come se per comprarti una pizza ti chiedessero di compilare un modulo in triplice copia, dimostrare che hai mangiato solo insalata per un mese e vivere a meno di tre chilometri dalla pizzeria. Risultato? La pizza te la fai a casa, e l’auto nuova la lasci in concessionaria.








