Come nella politica, nel lavoro, nella scrittura e in qualsiasi spazio pubblico, anche nel giornalismo le donne hanno fatto fatica a farsi strada e affermarsi. E se è vero che ancora oggi in poche raggiungono le posizioni apicali, e le conquistano dopo anni di gavetta e sacrifici, è vero anche che alcune situazioni e traguardi si danno per scontati. Per questo il saggio di Valeria Palumbo, La voce delle donne, è meritorio. Ricorda, con una notevole documentazione – e senza fermarsi ai confini nazionali – le vite e le esperienze delle prime, le pioniere, che si sono imposte aprendo un varco a chi è venuta dopo. Una ricognizione che parte dalla seconda metà dell’Ottocento e si ferma agli anni recenti (con Oriana Fallaci e poche altre), soltanto lambiti, in realtà, perché l’intento è raccontare le stagioni che «ci hanno plasmato e che ancora influenzano la narrazione e le idee più diffuse», quelle penalizzanti di chi considerava l’autonomia e la libertà femminili una minaccia. Già nel 1884 c’erano figure d’avanguardia, coscienti dell’importanza di creare una scuola (e fare squadra) se è vero che Ida Baccini, giunta alla direzione della rivista «Cornelia» – e pur barcamenandosi con le prescrizioni di una società che vedeva le donne confinate in casa e dedite alla famiglia – insegna il mestiere alle più giovani e le fa crescere. Dando per scontato che lavorino, evidentemente.
Ida, Matilde e le altre: la strada delle pioniere
Come nella politica, nel lavoro, nella scrittura e in qualsiasi spazio pubblico, anche nel giornalismo le donne hanno fatto fatica a farsi strada e affermarsi.






