Negli ultimi anni il mercato del lavoro italiano ha registrato un dato che, al netto delle diverse interpretazioni, non può essere messo in discussione: l’occupazione è cresciuta, e non poco. Più persone lavorano oggi rispetto a dieci o quindici anni fa, e questo vale per quasi tutte le categorie: uomini e donne, dipendenti a tempo indeterminato.
Fa eccezione il lavoro a termine, che invece mostra un andamento stagnante o in lieve contrazione. Anche gli inattivi, sebbene fermi da diversi mesi, sono diminuiti sensibilmente rispetto al periodo pre-Covid. Si tratta di un insieme di segnali positivi, complessivamente.
Allo stesso tempo, come spesso accade quando si parla di occupazione, dietro i numeri si celano dinamiche complesse che meritano di essere esplorate con attenzione per comprendere meglio cosa sta succedendo e per programmare le giuste politica, senza lasciarci determinare da narrazioni a volte strumentali.
Perché aumentano solo gli occupati over 50
L’aspetto più evidente riguarda la distribuzione anagrafica degli occupati. Se si osservano i cambiamenti occupazionali degli ultimi 5 anni, guardando i numeri assoluti, si nota come la crescita riguardi in larghissima parte gli over 50 (circa 1,5 milioni di occupati). Questo riflette un processo duplice: da un lato l’invecchiamento demografico della popolazione italiana, che svuota le coorti anagrafiche più giovani a vantaggio, per un effetto di trascinamento, di quelle più mature; dall’altro l’innalzamento dei requisiti pensionistici introdotti dalla riforma Fornero, che ha spostato in avanti l’età di uscita dal lavoro.








